Thinkingreen 2026, l’iniziativa promossa da INBAR ETS e il confronto tra istituzioni, professioni, ricerca e filiera del costruire
Di Piero Luigi CarceranoPresidente Commissione Comunicazione ed Editoria Inbar
A Taormina, Thinkingreen 2026 si è confermato come un luogo di confronto dedicato all’economia sostenibile: non una semplice sequenza di interventi, ma uno spazio nel quale istituzioni, professioni, ricerca, imprese e cultura del progetto sono state chiamate a misurarsi con una domanda concreta: come trasformare la sostenibilità da linguaggio ricorrente a responsabilità operativa.
In questo contesto si è inserita l’iniziativa promossa dall’Istituto Nazionale di Bioarchitettura ETS, con la partecipazione della Fondazione Architetti nel Mediterraneo e dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Messina. Una presenza istituzionale importante, che ha dato al confronto un radicamento territoriale e professionale, contribuendo a collegare il tema della sostenibilità alla realtà dei luoghi, delle comunità e delle filiere produttive chiamate a interpretarla.
Il contributo della Fondazione e dell’Ordine non è stato dunque soltanto una cornice di rappresentanza. Ha consentito di collocare il dibattito dentro una relazione più ampia tra progetto, territorio e responsabilità pubblica, ricordando che la transizione ecologica non si realizza in astratto, ma dentro sistemi professionali, amministrativi e produttivi capaci di assumere una visione condivisa.
A partire da questa cornice, il confronto promosso da INBAR ETS ha riportato il tema dell’edilizia sostenibile fuori dalla retorica e dentro il campo, più complesso, della responsabilità progettuale. La sostenibilità, oggi, non può più essere evocata come una qualità aggiuntiva dell’edificio, né come una formula rassicurante da associare alla parola “green”. È diventata la misura stessa della capacità del progetto di interpretare il futuro: futuro dei territori, delle filiere produttive, delle comunità e delle istituzioni chiamate a governare la trasformazione.
Nel guidare la tavola rotonda ho cercato di orientare il confronto verso questo nodo: non parlare di sostenibilità come tema separato, ma comprenderla come sistema di relazioni. Relazione tra ricerca e impresa, tra formazione e pubblica amministrazione, tra materiali e processi produttivi, tra cultura del progetto e responsabilità ambientale.
In questo quadro, l’intervento della Presidente Anna Carulli ha dato particolare rilievo al ruolo dell’INBAR ETS come presidio culturale e formativo. La sostenibilità, come è emerso con chiarezza, non vive nelle parole, ma nei processi. Per questo i percorsi formativi dedicati ai CAM rappresentano uno strumento centrale: non un semplice aggiornamento tecnico, ma una leva per costruire competenze diffuse, capaci di accompagnare professionisti, imprese e amministrazioni nell’applicazione concreta dei Criteri Ambientali Minimi e del Green Public Procurement.
Il valore di questo richiamo sta proprio nel riportare la norma dentro la cultura del progetto. I CAM non possono essere ridotti a una griglia di adempimenti o a una procedura da rispettare a valle delle scelte progettuali. Possono invece diventare uno strumento attraverso il quale il progetto assume maggiore consapevolezza ambientale, economica e sociale. Ma perché questo accada occorre una filiera preparata, capace di comprendere il senso delle regole e non soltanto la loro applicazione formale.
Gli interventi che hanno animato la tavola rotonda hanno confermato questa necessità di integrazione. Il contributo della Prof.ssa Federica Fernandez ha portato il tema della ricerca e del trasferimento tecnologico, indispensabili per dare profondità scientifica alla transizione. Antonio Privitera ha rappresentato il versante dell’innovazione applicata ai processi produttivi, mentre Francesco Grungo, per Tradimalt S.p.A., ha richiamato il ruolo dell’impresa e dei materiali innovativi come strumenti concreti per modificare la qualità del costruire.
Ne è emerso un quadro nel quale nessun attore può più procedere da solo. La ricerca senza il dialogo con l’impresa rischia di restare sperimentazione isolata. L’impresa senza cultura del progetto rischia di ridurre l’innovazione a prodotto. La pubblica amministrazione senza competenza rischia di limitarsi alla verifica dell’adempimento. Il professionista, senza una visione di sistema, rischia di perdere il proprio ruolo di regia tecnica e culturale dei processi di trasformazione.
Da Taormina emerge dunque una riflessione precisa: la sostenibilità non si realizza sommando buone intenzioni, ma organizzando competenze. Non basta che ciascun attore faccia bene la propria parte; occorre che ricerca, produzione, formazione, progetto, istituzioni e amministrazioni entrino in una stessa visione operativa.
È questo lo spazio nel quale l’INBAR ETS può continuare a svolgere un ruolo decisivo: trasformare la sostenibilità da linguaggio consumato a cultura concreta della trasformazione. Una cultura che non si limita a dichiarare principi, ma costruisce strumenti, percorsi formativi, responsabilità condivise e condizioni operative perché il progetto sostenibile possa incidere davvero sulla qualità dell’abitare e sul futuro dei territori.
La sostenibilità, in fondo, non si dichiara. Si costruisce. E si costruisce solo quando le parole diventano competenze, le competenze diventano processi e i processi diventano qualità reale del progetto.
