La mostra “Città Osmotiche”, promossa dall’Istituto Nazionale di Bioarchitettura e portata a Messina per iniziativa dell’architetto Anna Carulli, ha riunito al Museo Regionale Accascina progetti, ricerche, professionisti e istituzioni, chiamati a confrontarsi sul futuro dei territori. Sullo sfondo, lo Stretto: non un confine tra due sponde, ma un sistema vivo e in continuo movimento.
Messina è una città nella quale la geografia non consente distrazioni. Lo Stretto non è una semplice distanza tra due coste, ma un corpo in movimento: le correnti lo attraversano, i venti ne modificano continuamente la superficie, le due sponde si fronteggiano così vicine da appartenere allo stesso paesaggio e tuttavia restano separate. La città vive dentro questa tensione. Il mare, le montagne, i torrenti e le infrastrutture ne hanno determinato la forma, la storia e le fragilità.
In molti luoghi la natura può essere allontanata dallo sguardo e ridotta a sfondo. A Messina ritorna continuamente in primo piano. Per questa ragione la mostra “Città Osmotiche - Progettare il futuro tra Uomo, Natura e Tecnologia”, inaugurata martedì 28 luglio nella Sala Cripta del Museo Regionale Accascina, ha trovato qualcosa di più di una sede prestigiosa. Ha incontrato un territorio capace di rendere immediatamente visibili le domande dalle quali il progetto è nato.
Dopo Portoferraio, Crotone e Napoli, e prima della successiva tappa romana prevista dal 4 al 6 settembre nell’ambito di B-CAD, al Centro Congressi La Nuvola, l’arrivo a Messina ha assunto il valore di una verifica. Una mostra itinerante acquista senso quando ogni luogo ne modifica la lettura, quando i contenuti esposti smettono di essere immagini trasportate da una città all’altra e cominciano a misurarsi con la geografia, la cultura e le urgenze del luogo che li accoglie.
“Città Osmotiche” raccoglie progetti, cantieri e ricerche maturati in contesti molto differenti. Non propone un catalogo di forme sostenibili e neppure una soluzione universale da applicare indipendentemente dai luoghi. Il lavoro avviato dall’Istituto Nazionale di Bioarchitettura nasce da un presupposto più radicale: la città non può continuare a essere considerata come una somma di edifici, strade e impianti separati, perché il suo funzionamento dipende dalle relazioni che si stabiliscono tra acqua, suolo, energia, vegetazione, mobilità, materia e vita delle persone.
Un edificio può raggiungere prestazioni energetiche elevate mentre il quartiere nel quale sorge continua a consumare suolo, respingere l’acqua piovana e produrre spazi pubblici inospitali. La qualità del singolo manufatto, per quanto necessaria, non basta a correggere il funzionamento di un sistema urbano. Con il programma della Città Osmotica, l’INBAR porta dunque la bioarchitettura oltre il perimetro dell’edificio e la confronta con la complessità della città e del territorio.
Il riferimento all’osmosi non è un espediente linguistico. La membrana separa, ma non isola; consente il passaggio, regola gli scambi, reagisce alle differenze che si producono tra un ambiente e l’altro. Pensare la città in questi termini significa riconoscerla come un organismo attraversato da flussi che devono essere compresi e governati. I margini, le superfici, il sottosuolo e gli spazi aperti cessano di essere residui tra una costruzione e l’altra e diventano luoghi nei quali si determina l’equilibrio complessivo dell’ambiente urbano.
Anche la nozione di resilienza, tanto utilizzata negli ultimi anni, deve essere osservata con maggiore attenzione. Resistere a un evento e ripristinare rapidamente la condizione precedente non è sufficiente quando proprio quella condizione ha generato vulnerabilità. Il progetto deve saper trasformare il sistema, restituendo spazio ai processi naturali e costruendo un equilibrio diverso tra protezione, adattamento e qualità della vita.
Anna Carulli ha riconosciuto quanto questa riflessione potesse trovare a Messina un campo particolarmente fertile. Portare la mostra nella propria città, per la presidente nazionale dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, non ha significato soltanto trasferire un allestimento, ma costruire attorno a esso una rete di interlocutori. È probabilmente questo il tratto più importante del suo lavoro: trasformare un progetto culturale dell’INBAR in un’occasione pubblica nella quale ricerca, professione e responsabilità istituzionali potessero incontrarsi.
L’iniziativa messinese, promossa dall’INBAR, è stata organizzata dal Dipartimento Ambiente e Sostenibilità, coordinato dalla stessa Carulli, e dal Dipartimento Politiche del Mare, coordinato da Graziella Arena, dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Messina, insieme alla Fondazione Architetti nel Mediterraneo e con la collaborazione del Museo, dell’Amministrazione comunale e dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Reggio Calabria.
La qualità di un incontro non si misura contando i nomi presenti nei saluti iniziali. In questo caso, tuttavia, la convergenza di figure con responsabilità differenti ha conferito all’inaugurazione un profilo che andava ben oltre la ritualità dell’occasione. Con Anna Carulli hanno aperto i lavori Giovanni Lazzari, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Messina; Marisa Mercurio, direttrice del Museo Regionale Accascina; Santina Dattola, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Reggio Calabria; e Liana Cannata, assessore del Comune di Messina, presente in rappresentanza dell’Amministrazione comunale. A loro si sono uniti soci ed esperti dell’INBAR, professionisti e rappresentanti delle realtà coinvolte.
La presenza dei due Ordini professionali affacciati sullo Stretto non ha avuto il carattere di una semplice cortesia istituzionale. Ha introdotto una questione destinata a riemergere durante l’intero incontro: i sistemi ambientali non coincidono con i confini amministrativi. L’acqua non cambia comportamento attraversando il limite di una provincia; il vento, il paesaggio, le infrastrutture e gli effetti del clima compongono geografie che precedono le nostre suddivisioni. Messina e Reggio Calabria appartengono, da questo punto di vista, a un unico campo di relazioni, anche quando continuano ad essere pianificate come realtà separate.
Conclusi gli interventi istituzionali, il lavoro è cominciato dai progetti. È stata una scelta significativa: prima la realtà delle condizioni affrontate, delle decisioni assunte e delle opere costruite o in corso di costruzione; successivamente l’allargamento dello sguardo ai sistemi territoriali.
L’Arch. Piero Luigi Carcerano, autore dei progetti illustrati, ha ripercorso insieme all’ingegnere Laura Ciuffi, che ne ha curato la programmazione e il coordinamento tecnico, due esperienze lontanissime tra loro: il Sino-German Ecopark di Zibo, in Cina, e un intervento residenziale in corso di realizzazione a Breuil-Cervinia. Non sono stati accostati per mostrare la varietà di un repertorio professionale. Il confronto serviva a verificare che cosa rimanga costante nel metodo quando cambiano radicalmente la scala, il clima, la cultura, le tecniche e il rapporto con il paesaggio.
Il primo progetto si colloca a Zibo, nella provincia cinese dello Shandong. Il Sino-German Ecopark non è un singolo edificio, ma un campus che costruisce una parte di città: attività produttive, ricerca, formazione, sperimentazione, spazi collettivi e relazioni con il tessuto urbano concorrono alla definizione di un sistema unitario. La sua complessità non deriva soltanto dalle dimensioni, ma dal numero di relazioni che il progetto è chiamato a organizzare: gli accessi e la logistica, il rapporto tra volumi costruiti e spazi aperti, la compresenza di attività diverse, la gestione dell’acqua e dell’energia.
A Zibo, tuttavia, l’osmosi non si manifesta soltanto sul piano ambientale e urbano. Il campus è stato concepito da un architetto italiano e realizzato in Cina, all’interno di un sistema culturale, tecnico e produttivo profondamente diverso da quello europeo. Il progetto è diventato così anche un luogo di scambio tra differenti modi di intendere l’architettura, sviluppare le decisioni e condurre la costruzione.
Non si è trattato di trasferire in Cina un modello italiano già definito. Tra l’idea iniziale e l’opera realizzata si è svolto un continuo lavoro di traduzione: intenzioni progettuali, esigenze funzionali, norme, tecniche costruttive e modalità operative locali hanno dovuto trovare punti di contatto. Ogni passaggio ha richiesto mediazioni, avvicinamenti e talvolta correzioni, senza che le differenze venissero artificialmente cancellate.
Nel corso di questa esperienza, i processi locali di sviluppo esecutivo, assunzione delle decisioni e organizzazione del cantiere si sono rivelati diversi da quelli abituali in Italia. Tempi, gerarchie e rapporti tra uffici tecnici, imprese e produzione seguono logiche proprie, che hanno però dimostrato una notevole efficacia operativa e una rapida capacità di trasformare le scelte in costruzione. Riconoscere questa efficacia significa uscire dall’idea che esista un solo modo corretto di realizzare l’architettura e accettare che il progetto possa crescere anche nel confronto con pratiche lontane dalle proprie.
L’osmosi culturale non consiste, dunque, in una superficiale mescolanza di linguaggi. È il lavoro più difficile della traduzione: conservare il nucleo di un’idea mentre questa attraversa competenze, abitudini e sistemi produttivi differenti. Il campus di Zibo porta dentro la propria architettura anche la storia di questo incontro. Non appartiene interamente a una sola cultura, perché è stato reso possibile dal dialogo tra visioni diverse.
Le analisi dell’irraggiamento solare, della ventilazione, del microclima, del potenziale energetico e delle condizioni di comfort hanno poi consentito di leggere il comportamento ambientale dell’intervento oltre la sua immagine architettonica. Il dato tecnico non è stato esibito come certificato di sostenibilità, ma utilizzato per comprendere il funzionamento del sistema. Ne emerge un’idea di progetto nella quale la forma è il risultato di molte verifiche e di molte mediazioni, non il gesto iniziale al quale tutto il resto deve adattarsi.
Conclusi gli interventi istituzionali, il lavoro è cominciato dai progetti. È stata una scelta significativa: prima la realtà delle condizioni affrontate, delle decisioni assunte e delle opere costruite o in corso di costruzione; successivamente l’allargamento dello sguardo ai sistemi territoriali.
L’Arch. Piero Luigi Carcerano, autore dei progetti illustrati, ha ripercorso insieme all’ingegnere Laura Ciuffi, che ne ha curato la programmazione e il coordinamento tecnico, due esperienze lontanissime tra loro: il Sino-German Ecopark di Zibo, in Cina, e un intervento residenziale in corso di realizzazione a Breuil-Cervinia. Non sono stati accostati per mostrare la varietà di un repertorio professionale. Il confronto serviva a verificare che cosa rimanga costante nel metodo quando cambiano radicalmente la scala, il clima, la cultura, le tecniche e il rapporto con il paesaggio.
Il primo progetto si colloca a Zibo, nella provincia cinese dello Shandong. Il Sino-German Ecopark non è un singolo edificio, ma un campus che costruisce una parte di città: attività produttive, ricerca, formazione, sperimentazione, spazi collettivi e relazioni con il tessuto urbano concorrono alla definizione di un sistema unitario. La sua complessità non deriva soltanto dalle dimensioni, ma dal numero di relazioni che il progetto è chiamato a organizzare: gli accessi e la logistica, il rapporto tra volumi costruiti e spazi aperti, la compresenza di attività diverse, la gestione dell’acqua e dell’energia.
A Zibo, tuttavia, l’osmosi non si manifesta soltanto sul piano ambientale e urbano. Il campus è stato concepito da un architetto italiano e realizzato in Cina, all’interno di un sistema culturale, tecnico e produttivo profondamente diverso da quello europeo. Il progetto è diventato così anche un luogo di scambio tra differenti modi di intendere l’architettura, sviluppare le decisioni e condurre la costruzione.
Non si è trattato di trasferire in Cina un modello italiano già definito. Tra l’idea iniziale e l’opera realizzata si è svolto un continuo lavoro di traduzione: intenzioni progettuali, esigenze funzionali, norme, tecniche costruttive e modalità operative locali hanno dovuto trovare punti di contatto. Ogni passaggio ha richiesto mediazioni, avvicinamenti e talvolta correzioni, senza che le differenze venissero artificialmente cancellate.
Nel corso di questa esperienza, i processi locali di sviluppo esecutivo, assunzione delle decisioni e organizzazione del cantiere si sono rivelati diversi da quelli abituali in Italia. Tempi, gerarchie e rapporti tra uffici tecnici, imprese e produzione seguono logiche proprie, che hanno però dimostrato una notevole efficacia operativa e una rapida capacità di trasformare le scelte in costruzione. Riconoscere questa efficacia significa uscire dall’idea che esista un solo modo corretto di realizzare l’architettura e accettare che il progetto possa crescere anche nel confronto con pratiche lontane dalle proprie.
L’osmosi culturale non consiste, dunque, in una superficiale mescolanza di linguaggi. È il lavoro più difficile della traduzione: conservare il nucleo di un’idea mentre questa attraversa competenze, abitudini e sistemi produttivi differenti. Il campus di Zibo porta dentro la propria architettura anche la storia di questo incontro. Non appartiene interamente a una sola cultura, perché è stato reso possibile dal dialogo tra visioni diverse.
Le analisi dell’irraggiamento solare, della ventilazione, del microclima, del potenziale energetico e delle condizioni di comfort hanno poi consentito di leggere il comportamento ambientale dell’intervento oltre la sua immagine architettonica. Il dato tecnico non è stato esibito come certificato di sostenibilità, ma utilizzato per comprendere il funzionamento del sistema. Ne emerge un’idea di progetto nella quale la forma è il risultato di molte verifiche e di molte mediazioni, non il gesto iniziale al quale tutto il resto deve adattarsi.
La relazione si è poi spostata a Breuil-Cervinia, oltre i duemila metri di quota, dove tre edifici residenziali autonomi, concepiti come parti di un unico insediamento, sono in corso di costruzione lungo il pendio alpino. Il progetto reinterpreta in chiave contemporanea il tema dello chalet e cerca un equilibrio tra la presenza dei nuovi volumi, la morfologia del terreno e il paesaggio dominato dal Cervino.
Qui il rapporto tra architettura e natura diventa ravvicinato, quasi fisico. La roccia determina le possibilità dello scavo; la neve modifica carichi, accessi e tempi di lavorazione; l’acqua di disgelo deve essere intercettata e accompagnata; un’escursione termica che, nell’arco dell’anno, può avvicinarsi ai sessanta gradi incide sull’involucro e sui dettagli costruttivi. A queste condizioni si aggiungono le esigenze di sicurezza proprie dell’ambiente alpino, la complessità delle strutture, l’inserimento nel paesaggio e la necessità di controllare con precisione ogni fase del cantiere.
Presentare un’opera ancora in costruzione, invece di affidarsi soltanto all’immagine conclusa, significa esporre il progetto alla verifica della materia, del tempo e dell’imprevisto. A Cervinia la sostenibilità non è una qualità da dichiarare: deve dimostrarsi nella protezione dall’acqua, nell’isolamento, nella risposta strutturale, nella durata e nella capacità del cantiere di tradurre correttamente le scelte progettuali.
Tra la scala urbana di Zibo e il pendio di Cervinia sembrerebbe non esserci alcun elemento comune. Ed è proprio questa distanza a rendere leggibile il metodo. La coerenza non sta nella ripetizione di un linguaggio, ma nel modo in cui vengono poste le domande. Che cosa appartiene davvero al luogo? Quali forze agiscono sul progetto? Quali relazioni devono essere protette, corrette o rese possibili? Un’architettura responsabile non nasce dall’applicazione automatica di materiali considerati sostenibili, ma dalla capacità di trasformare la conoscenza del contesto in forma, struttura, tecnologia e costruzione.
A seguire, l’Arch. Massimiliano Pardi ha presentato la relazione sviluppata con l’Arch. Valentina Tosi, spostando progressivamente l’attenzione dalla scala dell’architettura a quella del territorio. Il tema dell’acqua, già presente nei casi di Zibo e Cervinia, è diventato il filo attraverso il quale leggere la città nel suo insieme.
L’acqua possiede una geografia propria. Segue le pendenze, penetra nei terreni permeabili, si raccoglie nei bacini, riaffiora, rallenta o acquista velocità. Non riconosce proprietà, confini comunali o strumenti urbanistici. Quando la città interrompe questi percorsi senza comprenderli, una risorsa necessaria alla vita può trasformarsi in un fattore di rischio. Pardi e Tosi hanno riportato la questione idrica all’origine del progetto, sottraendola alla condizione di problema tecnico da affrontare quando le scelte fondamentali sono già state compiute.
La permeabilità del suolo, la raccolta delle precipitazioni, la laminazione delle acque, la continuità ecologica e la qualità degli spazi pubblici appartengono allo stesso ragionamento. Governare l’acqua non significa semplicemente allontanarla nel minor tempo possibile. Significa riconoscerle uno spazio e un tempo all’interno della città, affinché possa essere assorbita, trattenuta, utilizzata e restituita senza produrre danno.
A Messina queste considerazioni non potevano rimanere astratte. Il territorio, segnato dal rapporto tra rilievi, torrenti, costa e mare, le rendeva immediatamente riconoscibili. E lo Stretto, visibile appena fuori dal museo, ricordava che ogni flusso mette in relazione luoghi distinti e rende insufficiente qualunque pianificazione incapace di oltrepassare i propri confini amministrativi.
| Arch. Massimiliano Pardi, Arch. Valentina Tosi |
Le presentazioni non hanno dunque chiuso il discorso. Hanno fornito al dibattito una base concreta, evitando che parole come sostenibilità, resilienza e innovazione rimanessero sospese nella genericità. Da un lato, i progetti hanno mostrato quanto l’architettura dipenda dalla lettura delle condizioni reali; dall’altro, la relazione sull’acqua ha ricordato che nessuna opera può essere compresa isolandola dai cicli territoriali ai quali appartiene.
Il confronto avviato nella Sala Cripta ha messo in comunicazione scale e responsabilità diverse: il dettaglio costruttivo e il bacino idrografico, il lavoro del progettista e quello delle amministrazioni, la forma dell’edificio e il metabolismo della città. Il tema non era più stabilire se un approccio ambientale fosse necessario, ma comprendere con quali strumenti, a quale scala e attraverso quali responsabilità condivise potesse diventare progetto. È in questo spazio intermedio, dove competenze differenti accettano di misurarsi sullo stesso problema, che l’iniziativa dell’INBAR rivela la propria utilità.
La collaborazione tra Messina e Reggio Calabria può aprire una prospettiva ulteriore. Pensare l’area integrata dello Stretto significa andare oltre l’idea di una connessione tra due città e riconoscere l’esistenza di un unico sistema geografico, ambientale e paesaggistico. Non per cancellare le differenze tra le due sponde, ma per affrontare insieme ciò che già le unisce. Il dialogo iniziato durante la mostra può trovare continuità in tavoli tecnici capaci di mettere in relazione conoscenza dei luoghi, progetto e decisione pubblica.
Il percorso della mostra proseguirà. Ma una mostra itinerante non si giudica soltanto dal numero delle tappe o dei visitatori. Il suo valore dipende dalle domande che lascia nei luoghi attraversati e dalle relazioni che riesce a mettere in movimento.
A Messina, l’immagine più chiara della Città Osmotica era forse già fuori dal museo: due sponde divise e congiunte da un’acqua che non resta mai ferma. Un limite che è anche passaggio, una distanza continuamente attraversata. È lì, senza bisogno di forzare la metafora, che la città ha incontrato i flussi della natura.
Il percorso della mostra proseguirà. Ma una mostra itinerante non si giudica soltanto dal numero delle tappe o dei visitatori. Il suo valore dipende dalle domande che lascia nei luoghi attraversati e dalle relazioni che riesce a mettere in movimento.
A Messina, l’immagine più chiara della Città Osmotica era forse già fuori dal museo: due sponde divise e congiunte da un’acqua che non resta mai ferma. Un limite che è anche passaggio, una distanza continuamente attraversata. È lì, senza bisogno di forzare la metafora, che la città ha incontrato i flussi della natura.
